Month: Ottobre 2023

by Manzella Associati Manzella Associati Nessun commento

Prorogata nuovamente la sanatoria del credito di imposta per ricerca e sviluppo

È stato pubblicato lo scorso 18 ottobre in Gazzetta Ufficiale il decreto legge dal titolo “Misure urgenti in materia economica e fiscale, in favore degli enti territoriali, a tutela del lavoro e per esigenze indifferibili”, contenente un nuovo rinvio dei termini per il versamento del credito per ricerca e sviluppo.

La sanatoria del bonus è stata ulteriormente prorogata al 20 giugno 2024 rispetto alla precedente scadenza prevista per il 30 novembre 2023. Il testo si riferisce alle somme maturate nei periodi d’imposta successivi al 31 dicembre 2014 fino al 31 dicembre 2019 e prevede la possibilità di restituzione senza applicazione di sanzioni e interessi, oltre al rinvio dei termini di decadenza per l’emissione degli atti impositivi da parte dell’Agenzia delle Entrate che riguardano i crediti utilizzati tra il 2016 e il 2017.

Il decreto legge dà ufficialmente il via al percorso che porterà all’approvazione del disegno di legge di bilancio per l’anno 2024, un testo che, in coerenza con il quadro presentato nella NADEF, intende proseguire nel solco di quanto previsto nella legge di bilancio 2023. 24 miliardi di investimento, di cui 16 provenienti da extra deficit e 8 dalla riduzione delle voci di spesa dei ministeri, impiegati per la proroga del taglio al cuneo fiscale, gli incentivi all’occupazione e i fringe benefit per i lavoratori. Fisco, lavoro e impresa sono le parole chiave di una manovra che ha l’ambizione di sfidare una congiuntura economica complessa, spingendo il dato della crescita e contrastando la nuova spinta inflazionistica.

by Manzella Associati Manzella Associati Nessun commento

La proprietà industriale in un mondo in conflitto: una breve retrospettiva storica

I tragici avvenimenti che hanno recentemente riacceso le ostilità nella striscia di Gaza e il conflitto in Ucraina che perdura ormai da più di un anno e mezzo inducono qualche riflessione sul ruolo svolto dalle guerre nella storia del settore della proprietà industriale. Tutte le guerre combattute nell’ultimo secolo hanno avuto un grande impatto sul settore della proprietà industriale, un impatto che riflette specularmente lo spostamento della produzione economica e della ricerca scientifica dai beni e servizi tradizionali alle forniture belliche. Ma non è solo la guerra ad aver influito sul settore dei marchi e brevetti: questi ultimi infatti hanno giocato e giocano un ruolo chiave, seppur apparentemente collaterale, in diversi conflitti. É il caso, ad esempio, della prima guerra mondiale. 

Durante la seconda metà del XIX secolo, i brevetti per invenzione erano già un elemento essenziale nelle strategie industriali di molte aziende. Non è un caso infatti che, a partire dalla seconda metà dell’800, fu decisiva la pressione esercitata dagli ambienti industriali nel convincere i legislatori da un lato all’altro dell’oceano Atlantico a costruire una rete normativa internazionale omogenea, uno strumento necessario per agevolare la concessione dei brevetti in più paesi contemporaneamente. Il mondo stava vivendo inconsapevolmente una “proto-globalizzazione”, che sarebbe stata drammaticamente interrotta del primo terribile conflitto mondiale nel 1914.

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale interruppe bruscamente questo ordine globale fondato sui commerci e la collaborazione legislativa. L’arruolamento negli eserciti e la rottura dei rapporti fra i paesi belligeranti sottrassero capitale umano, risorse economiche e importanti vantaggi politici al settore della proprietà industriale, ostacolando il lavoro di entità quali l’AIPPI (Associazione Internazionale per la Protezione della Proprietà Industriale), che si occupava di costruire ponti fra agenti brevettuali in tutto il mondo al fine di individuare strategie atte a migliorare lo sfruttamento internazionale dei brevetti. Ma la proprietà industriale divenne anche un’arma durante il conflitto, al servizio di una guerra parallela a quella combattuta nelle trincee, quella economica. I paesi belligeranti sospesero la concessione di brevetti utili alla difesa nazionale e imposero un divieto generalizzato rivolto alle domande di brevetto presentate da cittadini di paesi nemici. Un caso emblematico fu il sequestro da parte dei paesi “Alleati” dei brevetti austriaci e tedeschi, con finalità di sfruttamento. Nonostante tutto i progetti di armonizzazione legislativa proseguirono tra i paesi che avevano formato delle alleanze militari, anche se con lo scopo di rafforzare i mezzi della guerra economica.

Con la fine della Grande Guerra si tentò di ridare slancio all’internazionalizzazione del diritto, anche in relazione ai sistemi brevettuali, ripristinando gradualmente il funzionamento internazionale dei brevetti. I trattati di pace non solo ristabilirono i diritti di proprietà e le convenzioni internazionali, ma stabilirono anche vari periodi di tempo eccezionali per facilitare la conservazione dei brevetti. Il mondo era infine tornato a parlare una lingua comune in tema di brevetti.

L’epoca dei conflitti mondiali ha rappresentato un’ardua sfida per il sistema della proprietà industriale ma ogni guerra rappresenta in realtà un elemento di intrusione dirompente in qualsiasi settore ordinato dal diritto, che tuttavia ha dimostrato di essere lo strumento più efficace per servire anche un’umanità in guerra. Il diritto, come i sistemi da esso prodotti, incluso quello della proprietà industriale, è un’elemento prezioso per regolare rapporti di ogni tipo tra gli esseri umani ma anche uno strumento nelle mani del legislatore che può manipolarlo secondo le sue finalità. Può ampliarsi o restringersi, piegarsi o rompersi, a seconda delle esigenze dell’uomo, esso rappresenta tuttavia in ogni epoca storica un’inesauribile fonte di pace e giustizia, un emblema della civiltà e un materia robusta con la quale costruire ponti fra le nazioni.

by Manzella Associati Manzella Associati Nessun commento

Hugo Boss vs “Il boss dei panini”: arriva il no della cassazione alla registrazione del marchio di street food

La disputa in merito alla registrabilità del segno “Il boss dei panini”, relativo ad un chiosco di street food a Santa Maria Capua Vetere, è infine giunta all’esame della Corte di Cassazione che, dopo il parere dell’UIBM e della Commissione Ricorsi, si è trovata a dover dirimere la questione in via definitiva e affermare se la confondibilità con il marchio “Boss” della nota società tedesca “Hugo Boss” potesse comportare la mancata registrazione del marchio successivo. 

La Corte, raggiunta da un’impugnazione, ha rivisto la precedente decisione della Commissione Ricorsi, modificando la parte nella quale si evidenziava che il termine “boss” era ormai utilizzato quotidianamente nella lingua italiana e rendeva perciò debole il marchio. La Cassazione ha quindi ribaltato questo parere, stabilendo che la natura patronimica del marchio e la sua notorietà sarebbero sufficienti a stabilirne la forza. È stato così accolto il ricorso della maison, nota per le sue linee di prodotti che vanno dagli abiti d’alta moda alla profumeria, a seguito di un contenzioso legale durato ben otto anni. 

Uno degli elementi più dibattuti della sentenza è l’aspetto legato all’utilizzo comune della parola “Boss”. Secondo i giudici della Corte la giurisprudenza di legittimità sarebbe chiara su questo punto: secondo quest’ultima sarebbero “deboli” i marchi che risultano concettualmente legati al prodotto, dal momento che l’immaginazione che li ha partoriti non è andata oltre il rilievo di un carattere, di un suo elemento, o l’utilizzo di termini di diffusione comune che non potrebbero essere oggetto di un diritto esclusivo. Quindi, secondo i giudici, una parola del linguaggio comune può dare vita ad un marchio “forte”, a condizione che sia difficoltoso per il consumatore non identificare un legame concettuale tra la parola in questione e il marchio contrassegnato. 

Per evitare la confusione che potrebbe generarsi da questa situazione è fondamentale il carattere distintivo del marchio “forte”, che rende iconico e unico il contrassegno rispetto al marchio debole, permettendo al primo di rimanere impresso nella mente del consumatore e impedendo al secondo di imporsi al posto del primo nell’immaginario collettivo. 

La sentenza rappresenta una vittoria per la casa di moda tedesca, che aveva già esposto davanti all’UIMB e alla Commissione Ricorsi le proprie ragioni, rimarcando il fatto che il marchio “Boss” fosse noto al grande pubblico e avesse dunque natura distintiva e, pertanto, anche “forte”. La decisione oggetto di impugnazione, secondo il parere dei giudici della Suprema Corte, non aveva preso in esame né la notorietà del marchio né tantomeno il suo carattere patronimico, già di per sé indice di forza (anche se non sufficiente ad impedire, da solo, la mancata registrazione del marchio della controparte). 

In ultima istanza quindi per la Cassazione l’impedimento alla registrazione non è dovuto, in via esclusiva, alla notorietà del marchio “Boss” e alla confusione che la coesistenza dei due marchi potrebbe causare, quanto piuttosto al fatto che il marchio successivo, attraverso un meccanismo di agganciamento, potrebbe indebitamente avvantaggiarsi sul mercato dell’esistenza del marchio precedente, traendone un ingiusto profitto. 

Top