Quando un “burger” non è più un burger: con il voto del Parlamento europeo Il linguaggio del cibo entra nel diritto dei marchi
- 29/10/2025
- Posted by: Pietro Borsari
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L’8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato una proposta che vieta l’uso di termini come burger, steak, sausage, bacon o fillet per prodotti a base vegetale. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire chiarezza al consumatore e tutelare le denominazioni tradizionali dei prodotti di origine animale. Ma dietro questa apparente esigenza di trasparenza si apre un terreno più complesso, dove diritto alimentare, proprietà industriale e libertà d’impresa si intrecciano in una battaglia semantica: un campo in cui le parole rischiano di pesare più dei prodotti che descrivono.
L’emendamento si inserisce nella revisione del Regolamento (UE) 1169/2011 sull’informazione ai consumatori, estendendo al comparto vegetale la logica già applicata al latte e ai suoi derivati. Così come non si può più parlare di “latte di soia” o “formaggio vegano”, anche i prodotti plant-based non potranno richiamare la carne nella denominazione di vendita. L’iter non è concluso: la proposta dovrà passare al vaglio del Consiglio e della Commissione nella fase di trilogo. Solo allora diventerà vincolante per gli Stati membri. Ciononostante, il voto segna una svolta politica netta: il Parlamento si schiera con chi vuole difendere le denominazioni tradizionali contro gli usi “evocativi” dell’industria vegetale.
Per i giuristi e i professionisti dei marchi si aprono interrogativi cruciali. Cosa accadrà a segni già registrati se quei termini diventeranno riservati ai prodotti animali? Potranno ancora essere utilizzati come marchi, pur non comparendo nella denominazione di vendita? Il rischio è duplice: da un lato l’illiceità sopravvenuta del marchio, se l’uso viola una norma imperativa; dall’altro la perdita di capacità distintiva per decadenza o ingannevolezza (art. 7, par. 1, lett. g RMUE; art. 14 c.p.i.). Il diritto dei marchi entra così in un terreno scivoloso: il linguaggio del mercato diventa materia di regolazione normativa diretta.
Le imprese plant-based sono le più esposte. Molte hanno costruito la propria identità su denominazioni “ibridate”, ponte culturale tra tradizione e innovazione. Termini come burger o sausage non sono ingannevoli, ma strumenti di traduzione: aiutano il consumatore a comprendere subito la natura del prodotto. La loro eliminazione imporrà un profondo rebranding: nuovi nomi, nuovi packaging, nuove registrazioni. Il rischio è la perdita di riconoscibilità e di capitale simbolico. Molti osservatori leggono il divieto come scelta politica più che giuridica. Le associazioni degli allevatori parlano di “protezione semantica” della carne, ma gli studi mostrano che la maggior parte dei consumatori non si sente confusa da diciture come “vegetale” o “100% plant-based”. Sul piano giuridico, viene evocato l’articolo 16 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, che tutela la libertà d’impresa: un divieto linguistico così ampio potrebbe risultare sproporzionato rispetto all’obiettivo di trasparenza.
In attesa del via libera definitivo, le imprese si trovano davanti a una sfida inedita: trovare parole nuove per un cibo nuovo, in un’Europa che ha deciso di regolare persino il linguaggio del futuro.